• Fu il più grande edificio per spettacoli di tutti i tempi. La sua costruzione si protrasse per più secoli. Il primo impianto fu quello di un ippodromo, nella Vallis Murcia, tra Palatino ed Aventino, e sarebbe stato realizzato per volere del primo re etrusco di Roma, Tarquinio Prisco. Questo edificio sarebbe stato forse teatro del leggendario Ratto delle Sabine. La struttura era in legno. I primi carceres in muratura risalgono al 174 a.C., anno in cui furono anche poste sulla spina le 7 uova che servivano a conteggiare il numero di giri compiuti, cui si aggiunsero nel 33 a.C. 7 delfini di bronzo voluti da Agrippa. Ad Augusto si deve il pulvinar, zona sacra riservata agli dei, realizzata sul lato rivolto verso il Palatino. Innovazione principale fu, nel 10 a.C., la collocazione dell'obelisco di Ramsete II, asportatao da Heliopolis ed attualmente situato in piazza del Popolo. Nel 357 fu affiancato da un secondo obelisco, quello di Thutmosis III, proveniente da Tebe, il più alto di Roma (ben 32,50 metri), collocato nel 1587 in piazza San Giovanni in Laterano. Nell'età di Augusto la capienza del circo doveva essere di circa 150.000 spettatori. Nel corso dei secoli il circo subì diverse distruzioni ed altrettanti rifacimenti; nel 64 a.C. ebbe inizio proprio dal Circo Massimo il famoso incendio che, oltre ad esso, distrusse buona parte dell'Urbe. La ricostruzione neroniana ne aumentò la capacità a circa 250.000 spettatori. Sotto Domiziano vi fu una nuova distruzione e fu Traiano a ricostruire il circo; a questo periodo risale il tratto curvo ancora visibile tra Palatino e Celio che costituisce l'unico resto attualmente visibile dell'edificio. I restauri continuarono fino al IV secolo d.C., e la capienza fu allora calcolata in 385.000 spettatori (numero sul quale però esistono riserve).


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  • Il Foro di Traiano fu l'ultima e la più grandiosa tra le aree forensi realizzate nel cuore di Roma. I lavori per la sua realizzazione si protrassero dal 107 al 113 d.C. e comportarono il taglio del colle che univa Campidoglio e Quirinale, la distruzione dell' atrium libertatis e di un tratto delle mura serviane, per sopperire alla mancanza di spazio dovuta all' imponente realizzazione dei precedenti impianti. Fu inaugurato nel 112 d.C. ma la colonna fu completata solo nel maggio dell' anno seguente. Non forniremo una descrizione della planimetria della piazza poichè gli scavi ancora in corso nell' area forense hanno portato a notevoli modifiche alla pianta comunemente nota ed accettata dagli studiosi. Un dato che sembra però certo è quello relativo alle innovazioni portate dall' architetto di Traiano, il quale ha proposto per la piazza una struttura innovativa rispetto alle precedenti poichè riprende la forma dei principia, le piazze centrali degli accampamenti militari, generalmente chiuse sulla fronte da una basilica e da due edifici in cui erano custoditi gli archivi militari (soppiantati nel foro di Traiano dalle due biblioteche); la colonna sembra infine sorgere nel luogo in cui erano situate le insegne legionarie. Il Foro di Traiano si presentava dunque come un imponente accampamento di marmo nel cuore della città.
    La basilica era la più grande mai realizzata a Roma, il suo asse maggiore era di ben 170 metri. Una moneta contemporanea ce ne mostra la facciata divisa in tre settori. Un fregio ad altorilievo correva lungo tutto l' attico, forse è da qui che provengono i pannelli riutilizzati nell' arco di Costantino. L' interno dell' edificio era diviso in cinque navate. Nella basilica avevano luogo attività giudiziarie e commerciali nonchè quelle attività che prima erano svolte nel distrutto atrium libertati, come ad esempio le manomissioni di schiavi.


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  • “Tu Marcellus eris”, così esclama piangendo Anchise allorché mostra ad Enea quelli che saranno i suoi nobili discendenti, e Marco Claudio Marcello, figlio di Ottavia, sarà per Augusto il più diletto. Un solo dolore darà al celebre zio, la morte prematura, proprio mentre quello sperava di farne il futuro imperatore di Roma. Non sarà il solo in realtà a dare tale dispiacere ad Augusto, anche i due nipotini Caio e Lucio, e l’amico-genero Agrippa faranno la stessa prematura fine, per un avverso fato legato alla successione o, come i più credono, perché Livia, la moglie di Augusto, non trovò mezzo più efficace per garantire il trono al suo amato Tiberio. Ma tant’è, traccia della gloria del povero Marcello si trova ancora oggi eternata, oltre che nel celebre passo virgiliano, nel teatro che porta il suo nome. Lo aveva già iniziato Cesare, ma le idi di marzo ne impedirono la realizzazione. Se ne fece allora carico Augusto, che lo utilizzò per la prima volta in occasione dei Ludi Saeculares del 17 a.C., ma fu dedicato solo nel 13 a.C. Il suo ottimo stato di conservazione, almeno per quanto concerne la facciata, si deve alla sua trasformazione nel Medioevo in palazzotto dei Pierleoni e via via delle più importanti famiglie romane, fino ai Savelli, che nel XVI secolo diedero incarico della sua attuale sistemazione a Baldassarre Peruzzi. La cavea aveva un diametro 129,80 m. e un’altezza di 32,60 (se ne conservano una ventina, è crollato il terzo piano, un attico chiuso decorato con paraste in stile corinzio). Restano oggi a far immaginare la maestosità di un tempo solo parte delle 41 arcate, su due ordini (dorico al piano terra e ionico al primo) in travertino. Poteva ospitare circa 15.000 persone e il modo migliore di farsi un’idea di come i  Romani passassero il tempo al suo interno è leggere i divertentissimi epigrammi di Marziale, il quale ricorda gli stratagemmi messi in campo dai suoi concittadini per occupare i posti migliori riservati ai cavalieri sfoggiando magari uno sgargiante mantello sopra la toga, nascondendo le cicatrici da ex-schiavo dietro dei finti nei o fingendo di star seduto anche senza aver effettivamente un vero posto sotto le terga.


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  • A Pyrgi, uno dei porti dell’antica Caere (Cerveteri), presso l’attuale abitato di S. Severa (50 Km a nord di Roma) è stato rinvenuto uno dei più interessanti complessi santuariali del mondo etrusco. Conosciuto già dalle fonti antiche, ed interessato nel 384 a.C. dal devastante saccheggio di Dionigi di Siracusa, è da oltre quaranta anni oggetto di studi ed indagini archeologiche che hanno portato alla sua approfondita conoscenza ed al rinvenimento di un eccezionale documento epigrafico: le lamine auree di Thefarie Velianas. Il santuario consta di due differenti edifici templari, costruiti lungo la costa su una superficie di circa 6 ettari (in parte ricavata con un terrapieno artificiale), nell’arco di circa cinquant’anni. Un recinto sacro rende la struttura omogenea, ed un imponente programma decorativo ne accentua la monumentalità. Il tempio più antico è il c.d. tempio B, con la vicina area C (destinata al culto di divinità ctonie) e le c.d. Venti celle, poste lungo il lato meridionale del recinto sacro. Tale intervento costruttivo si deve, come indicano le lamine già citate, a Thefarie Velianas, che si definisce in un testo bilingue (etrusco e fenicio) “re su Caere” e che avrebbe dedicato il tempio ad Uni (Giunone)-Astarte.
    Alla metà del V secolo a.C., circa cinquanta anni dopo l’edificazione del primo edificio templare, risale invece la costruzione del tempio A, dedicato a Leucothea-Ilizia (presso il museo di villa Giulia è possibile ammirare il bellissimo altorilievo raffigurante la macabra scena tratta dai Sette contro Tebe in cui Tideo, ispiratore del dantesco Conte Ugolino, divora il cranio del suo avversario Melanippo). Meritano sicuramente una visita le bellissime sale del museo romano dedicate al complesso santuariale, così come il museo ospitato nelle sale del Castello di Santa Severa, dedicato al vicino sito archeologico ed al tema della navigazione nel mondo antico (http://www.museosantasevera.org)


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  • Chiunque voglia anche solo provare a conoscere e capire Roma deve visitare il Foro Romano, la grande piazza della città, il suo cuore politico, religioso, commerciale. In realtà i resti più antichi che in tale sito si possono trovare sono sepolture dell’Età del Ferro, del IX secolo a.C. A ben vedere all’epoca la Roma propriamente detta ancora non esisteva. Le fonti ricordano infatti come essa venne fondata dal buon padre Romolo nel 753 a.C., data dalla quale i Romani datarono tutti gli eventi successivi, ab urbe condita si diceva, ovvero “dalla fondazione della città”. Chi veniva dunque qui a seppellire i propri defunti? Dai tempi delle scuole elementari tutti sanno che Roma fu fondata su sette colli, e tutti sanno altresì che, come avviene per i sette re, difficilmente si riuscirà a ricordarli tutti. Oggi si fa difficoltà ad accorgersi della presenza di tali colline, specie di quelle più decentrate. Per avere un’idea di come fosse si può ad esempio pensare ad Orvieto, arroccata sul suo costone di tufo. Oppure, senza dover uscire dal GRA, basterà andare a visitare il bel Museo della Civiltà Romana all’EUR. Qui un plastico ripropone la Roma dei Tarquini, ovvero del VII-VI sec. a.C., e chiare appaiono le scoscese pendici dei colli romani, che all’epoca si ergevano come vere e proprie roccaforti al di sopra di aree paludose. Un’altra cosa alla quale non si pensa più è che il Tevere, il padre Tiberino (i Romani avevano un sacco di “padri”, compresi i padri della patria, coloro che si erano distinti per particolari benemerenze nei confronti dello Stato), non aveva allora gli argini, e non li avrà per un bel pezzo, fino alla fine dell’Ottocento grazie alla buona volontà del Valadier (che edificò anche il grande “argine” del Colosseo). Periodicamente dunque il fiume esondava e sommergeva la città per diversi metri. Per rendersene conto basta guardare la facciata dell’unica chiesa gotica rimasta a Roma, S. Maria Sopra Minerva, dove targhe marmoree, poste fino ad oltre 20 m. d’altezza, ricordano i punti fin dove il fiume riuscì a sommergere il Campo Marzio. Le zone più prossime alle rive del fiume erano dunque all’epoca dei veri acquitrini, zone paludose in cui era possibile solo seppellire i propri morti. Sarà l’intervento del settimo re di Roma, Tarquinio il Superbo, a bonificare l’area compresa tra il Foro ed il Circo Massimo costruendo la Cloaca Maxima, il cui nome pomposo altro non vuol dire se non “Fogna Maggiore”. Affacciandosi dal Ponte Palatino si può ancora vedere il punto in cui la cloaca sfociava nel fiume, già all’epoca discarica a cielo aperto della città, e nella vicina Santa Maria in Cosmedin se ne può vedere il più celebre tombino: la Bocca della verità. Sono proprio questi due elementi, i colli ed il fiume, ad aver decretato la fortuna di Roma. I colli erano infatti dei luoghi naturalmente protetti dai possibili attacchi nemici (si pensi che in oltre 13 secoli Roma fu invasa solo due volte) e permettevano di controllare il fiume, una vera e propria autostrada dell’epoca. Mentre Roma attendeva ancora di essere fondata, la Penisola vedeva il proliferare di insediamenti etruschi. Questi grandi e raffinati commercianti non si erano accontentati infatti di abbellire tutta la Toscana con le loro città e le loro necropoli, avevano colonizzato anche la ricca Campania, della quale si disputavano il dominio con i greci. Per collegare dunque i loro abitati del nord con i domìni del sud, il Latium era la naturale via di transito, e per Roma si doveva passare! In un’epoca poi in cui il freon era ancora da scoprire, il sale era l’unico modo per conservare a lungo i cibi. I Romani si erano dunque garantiti il controllo delle saline alla foce del fiume, e il commercio del sale verso l’interno, appunto grazie alla navigazione sul Tevere. Infine la stessa via di transito, dalla costa verso l’interno e viceversa, era percorsa dai pastori con le loro mandrie, vera ricchezza dell’epoca (non a caso il termine pecunia viene da pecus, la pecora!). Il sito era dunque davvero perfetto per fondare una città, e grazie alla bonifica di Tarquinio gli abitanti dei colli iniziarono a scendere a valle e ad edificare la loro città. Il primo passo fu pavimentare l’area, nel VII secolo a.C.


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  • Tra il tempio del Divo Cesare e quello dei Castori si trovano i pochissimi resti di un arco, è l’arco di Augusto. Per farsi un’idea di come fosse in origine bisogna andare all’EUR a Roma, al Museo della Civiltà Romana, dove una ricostruzione a grandezza naturale permette di ammirare i suoi pilastri portanti, e soprattutto di vedere le tavole marmoree che lo decoravano, con riportati i Fasti Trionfali e i Fasti Consolari, ovvero la lista completa di tutti i generali che avevano riportato il trionfo, e soprattutto di tutti i consoli che si erano alternati al potere dall’inizio della Repubblica nel 509 a.C. all’epoca del primo imperatore. Essi sono per noi un documento eccezionale (se ne possono osservare i resti ai Musei Capitolini), poiché a Roma erano i consoli a dare il proprio nome agli anni che si susseguivano, quindi i Fasti sono per noi un enorme calendario cittadino lungo quasi cinquecento anni. In realtà si è ipotizzato che essi fossero affissi presso un arco ad esso gemello, l’arco Partico, eretto sempre da Augusto tra il tempio di Cesare e la Basilica Aemilia.


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  • Quest'arco è uno dei tre grandi archi trionfali che si sono conservati fino ai giorni nostri. Risale al 203 d.C. Se potessimo denudarlo troveremmo al suo interno un cuore di laterizi e travertino, ma per fortuna in questo caso l’involucro di marmo si è conservato. La prima cosa che salta agli occhi guardandolo è lo straordinario numero di figure che ornano i suoi rilievi. J.J. Winkelmann, uno dei più grandi storici dell’arte antica mai esistiti, ci ha convinto che l’Antichità fosse in bianco e nero. In realtà il mondo antico era in technicolor, una vera esplosione di colori. Tutto era colorato, anche i templi, le statue e i rilievi. Le immagini, con i loro colori e talora con le loro applicazioni in metallo (di armi, gioielli, ecc..) erano facilmente visibili anche quando poste a molti metri di altezza, come nel caso dell’arco di Settimio Severo. Se riuscissimo ancora a distinguere le figure che si ammassano nei rilievi dell’arco potremmo osservare concitate fasi di una guerra, quella che l’imperatore condusse contro i Parti, una delle due spine nel fianco dell’Impero. Le scene non sono infatti fantastiche, ma ispirate a reali episodi di battaglia, i Romani erano precisi anche in questo. Gli scalpellini romani copiarono alcuni degli arazzi portati a Roma dall’Imperatore per il suo trionfo. Cartelloni pubblicitari. Gli arazzi venivano infatti esposti durante il trionfo per mostrare, a coloro che non avevano preso parte alla guerra, come si era svolto lo scontro, come le truppe fossero riuscite a conseguire la vittoria.
    Le stesse difficoltà che si incontrano oggi guardando i rilievi, si riscontrano nel provare a leggere l’iscrizione. Salvo che per qualcuno dotato di dieci decimi, quel testo in latino a circa 20 m di altezza risulterà un po’ difficile da leggere. Anche le iscrizioni erano colorate, di rosso per la precisione, tecnicamente si definisce quest'uso rubricatura. Quando non si applicava il colore, come in questo caso sull’arco, si alloggiavano delle lettere bronzee negli incavi scolpiti nella pietra. Aguzzando la vista e fissando la quarta riga dell’iscrizione, il fondo appare leggermente abraso, e vi sono dei buchi per le grappe che reggevano le lettere che non coincidono con le parole ora visibili. Siamo di fronte ad un caso tipico di damnatio memoriae, ovvero all’eliminazione sistematica del ricordo di qualcuno. Il qualcuno in questione è il povero Geta, sfortunato fratello di Caracalla. Alla morte del padre Settimio Severo, Caracalla fece infatti uccidere il fratello, e per far dimenticare il più presto possibile il suo misfatto, “cambiò il suo stato di famiglia”, cancellando ovunque il ricordo, e dunque l’esistenza stessa, del malcapitato. In realtà lo stato di famiglia fu accorciato ulteriormente: su un altro arco, quello degli Argentari al Foro Boario, non solo fu cancellato il ritratto di Geta, ma anche i volti di Plautilla e Plauziano, moglie e suocero del buon Caracalla. Ma questa è un’altra storia…
    Sulla sommità dell’arco svettava una grande quadriga bronzea. Sono solo i fori delle grappe e dei perni che la sorreggevano, e una moneta, a ricordarcelo: come quasi tutti i bronzi della città, infatti, il prezioso metallo fu rifuso. Nel Medioevo sull’arco venne eretta una torre, e nei suoi pressi fu costruita una chiesa dedicata ai SS. Sergio e Bacco. Costruzioni che vennero distrutte però già nel Cinquecento.


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  • Entrando oggi nel Foro, subito a destra, si trova la Basilica Emilia. A Roma i magistrati incaricati delle costruzioni pubbliche erano sempre in due, ma la storia, ingrata e pigra, ricorda sempre il nome di uno solo di essi. Così si è persa memoria del povero Fulvio Nobiliore, che avrà sborsato un bel po’ di soldi, insieme al collega Emilio, per edificare questa meraviglia. Tanto più che i successori di Emilio Lepido, considerando l’edificio una gloria familiare, continuarono per secoli ad abbellirlo. Un omonimo discendente del fondatore pensò bene di ornare l’interno della basilica con scudi bronzei racchiudenti al loro interno i ritratti dei suoi avi. Questo particolare album di famiglia non era dovuto ad un particolare affetto del buon Emilio, ma alla sua volontà di ricordare ai Romani quanto i membri della sua famiglia, nei secoli, avessero fatto per la città. Una grande attività architettonico-propagandistica dunque. Ed il luogo si prestava particolarmente. Si deve infatti sempre ricordare che nell’antica Roma le basiliche non avevano nulla a che fare con i grandi edifici di culto, sarà il cristianesimo a dare al termine una nuova accezione. Nel periodo repubblicano le basiliche erano semplicemente i luoghi delegati allo svolgimento delle normali attività forensi nella cattiva stagione. Quando pioggia e gelo rendevano impraticabile il disbrigo delle normali pratiche all’aria aperta, i cives (cittadini) romani si rifugiavano negli spazi ampi e luminosi delle grandi basiliche. Se si vuole è un po’ la funzione che nell’Italia umbertina ebbero i grandi porticati, che in molte città del nord accolgono ancora il ritrovo del fine settimana. A drammatico ricordo di quella che fu la sua funzione, sui gradini della basilica restano incastonate delle monete di bronzo. Fu il calore sprigionato dall’incendio seguito al sacco della città compiuto dai Goti di Alarico nel 410 d.C., a fissare eternamente, come in una macabra istantanea, quei momenti drammatici in cui i cambiavalute, che presso l’edificio si trovavano, fuggirono concitatamente, lasciando dietro di sé quegli spiccioli.
    La basilica Emilia è l’unica delle grandi basiliche repubblicane rimaste. Se oggi ne sopravvivono due (ed una, quella Giulia risale all’inizio del periodo imperiale), originariamente erano quattro. Quattro meravigliose quinte scenografiche del primitivo foro. Erano, oltre appunto all’Emilia, la Sempronia, la Porcia e l’Opimia. Accanto alla basilica Emilia sorge un grande edificio in mattoni perfettamente conservato, è la Curia Iulia.


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  • Nella Basilica Julia si tenevano i processi. Era talmente grande che, dividendo la grande aula con teli e tramezzi, se ne potevano tenere anche quattro contemporaneamente. Come in “Un giorno in pretura” ante litteram, anche all’epoca di Cesare, che la fece costruire, i processi erano ritenuti un vero e proprio spettacolo cui assistere. La lentezza della giustizia in Italia è sempre stata una costante: anche a Roma si poteva incorrere in lunghe e snervanti attese prima che giungesse il proprio turno. I vandali dell’epoca avevano quindi escogitato il loro modo di ingannare il tempo, incidendo sui gradini e sulla pavimentazione della basilica le scacchiere per diversi “giochi da tavolo”.
    La basilica Iulia, iniziata da Cesare e terminata da Augusto, che la vide distruggere dall’incendio del 9 a.C. e che la fece quindi ricostruire in memoria dei suoi nipoti defunti (Caio e Lucio), sorge su una basilica repubblicana, la Sempronia. Tale basilica prende nome dal padre di quei Gracchi che tutti ricordano come i gioielli della madre Cornelia e che conobbero una tragica morte. Sotto la basilica di Sempronio Gracco, come in un gioco di scatole cinesi, si trova la casa di Scipone l’Africano. La storia di Roma si stratifica some in un dolcissimo millefoglie.


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  • Ora la vediamo nuda, ma i bei laterizi visibili sulla sua facciata erano un tempo rivestiti di lastre marmoree nella parte bassa e di intonaco in quella alta. Come per buona parte dei monumenti di Roma, dunque, quello che vediamo oggi è solo lo scheletro di edifici un tempo riccamente ornati. Sulla facciata si osservano dei grandi vani cementati. Sono loculi. Il fatto che sorgano a 4 o 5 m dal piano del terreno ci fornisce l’occasione di ricordare come nel Medioevo, periodo cui tali sepolture risalgono, il piano di calpestio fosse molto più alto dell’attuale. Con le inondazioni del Tevere e con l’abbandono di una periodica manutenzione della Cloaca Maxima, il livello del terreno aveva cominciato a salire, inghiottendo e preservando monumenti e rovine. Il Foro si trasformò così in una grande e rigogliosa pianura, che fu presto ribattezzata Campo Vaccino, il campo delle Vacche, perché prima che qui venissero a pascolare archeologi e studenti universitari, si pascevano ben più comodamente armenti e greggi. Quando a partire dal 1788 Von Fredenheim iniziò a scavare la zona, seguito poi da Fea, Nibby e Giacomo Boni, la suggestione provocata da quelle rovine che riemergevano dal suolo come giganti addormentati fu enorme, come ricordato ad esempio dal Belli.
    Il portale che consente l’ingresso all’edificio è una copia, ma l’originale esiste ancora, fu infatti asportato da papa Alessandro VII per ornare l’ingresso principale della basilica di San Giovanni in Laterano. Entrando nella Curia proverete qualcosa che difficilmente si riesce a provare quando si visita un monumento antico, il senso della volumetria, una volta tanto non dovrete fare grossi sforzi di immaginazione, la Curia è lì, davanti ai vostri occhi. Ovviamente non è più quella dei tempi di Cesare, che, per inciso non morì qui, come molti credono, ma nella Curia del suo storico e defunto avversario, Pompeo (la Storia ha un suo particolare gusto per la teatralità!), che si trova alle spalle dell’Area Sacra di Largo Argentina, più o meno sotto il Teatro Argentina. L’edificio risale all’epoca di Diocleziano, ovvero al III secolo d.C. L’ottimo stato di conservazione è dovuto alla sua precoce trasformazione in chiesa, nel VII secolo. Restano ancora tracce degli affreschi che un tempo ornavano S. Adriano, così fu ribattezzata. Sui due lati del bel pavimento marmoreo si trovavano dei bassi gradini su cui i senatori si riunivano, seduti sulle loro seggioline pieghevoli (le sellae curules, così si chiamavano, ed erano uno dei simboli del loro potere). Sulla parete di fondo sedeva il princeps senatus, il moderatore della seduta, ed alle sue spalle si trovava la statua della Vittoria. Un’altra opera che non c’è più, ma della quale vale la pena parlare. Era una statua dedicata dal senato alla vittoria di Augusto ad Azio, contro Antonio e Cleopatra. Rappresentava la dea alata, secondo alcuni proprio quella che si trova oggi in un magnifico museo di Roma, la Centrale Montemartini. Quando nel IV secolo d.C. buona parte dei senatori si scoprì cristiana, iniziarono le ambascerie all’imperatore che chiedevano la rimozione di quel simbolo religioso pagano da un luogo pubblico. Una sorta di disputa per il crocifisso al contrario. Lo scontro fu epocale perché si fecero portavoce delle due opposte istanze due grandi protagonisti del secolo, Ambrogio, futuro santo patrono di Milano, e Simmaco, grande oratore, che ci ha lasciato accorate parole in favore della tolleranza religiosa. Parole che rimasero inascoltate e che portarono alla rimozione della statua, simbolo per quattro secoli della grandezza di Roma. Per alcuni questo fu un funesto presagio della vicina caduta dell’Impero.
    Prima di uscire dalla Curia gettate uno sguardo ai due anaglifi di Traiano. I due rilievi che illustrano due atti di benemerenza dell’Imperatore. Prima di osservare la scena guardate bene lo sfondo. Vi sono templi, edifici colonnati, un albero (sarebbe il fico sotto cui la lupa allattò Romolo e Remo), quello che state vedendo scolpito è il Foro di duemila anni fa. Ci si chiede spesso come facciano gli archeologi da pochi resti perimetrali a risalire alla struttura in alzato di un edificio. Ebbene li aiuta in questo lavoro la grande pignoleria dei Romani. Non solo nei rilievi storici infatti essi riportavano con dovizia di particolari le strutture che comparivano sulla scena, riuscivano a farlo anche sulle monete. Possediamo riproduzioni piccolissime e dettagliatissime di molti degli edifici della città. Ma c’è di più. Avevano infatti realizzato, ai tempi di Settimio Severo, un’enorme carta catastale della città in marmo, un vero e proprio Tuttocittà di pietra, che si trovava esposto nel Foro della Pace, dove oggi sorge la Chiesa dei SS. Cosma e Damiano. Con il tempo la pianta è crollata, si è sbriciolata in una miriade di frammenti, in un meraviglioso puzzle che gli studiosi stanno ancora cercando di ricomporre. Ma torniamo ai rilievi di Traiano. Quello sulla destra mostra l’imperatore intento a offrire prestiti assai vantaggiosi ai contadini, quello di destra lo vede bonariamente assiso sul suo scranno mentre una lunga fila di cittadini porta al rogo dei libri. Non si tratta di un Fahrenheit 451 ante litteram, ma di un molto più prosaico condono fiscale. Eh sì, il sovrano si vanta di aver fatto dare alle fiamme i libri contabili degli insolventi… Superata la sensazione di déjà vu, guardate in alto. Il soffitto è assai alto rispetto al perimetro dell’edificio, questa sproporzione è dovuta a motivi di acustica, serviva a far risuonare forti e chiare le parole del Cicerone di turno.


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  • Dietro al tempio del Divo Cesare sorgono alcuni resti di difficile lettura. Sembrano semplici muretti, ma rappresentano ciò che rimane della Regia, la casa dei re. Secondo la tradizione l’avrebbe costruita Numa, che qui avrebbe custodito gli ancilia, pegno divino della grandezza di Roma. Si raccontava che un giorno Giove avesse fatto cadere dal cielo uno scudo bilobato, ovvero a forma di otto, un ancile appunto, dicendo a Numa che tale scudo era il simbolo della benevolenza lui accordata dal padre degli dèi, e soprattutto il pegno lui lasciato in garanzia per la futura grandezza della città. Per non rischiare che qualche nemico se ne potesse impadronire, spostando sulla propria città la benevola profezia, Numa (grazie anche ai consigli della sua amante divina Egeria) fece fare ad un fabbro di nome Mamurio Veturio undici copie identiche dello stesso scudo, affinché, una volta unito ad esse, divenisse impossibile per chiunque distinguere l’originale. Due volte l’anno i dodici scudi, dodici come i mesi dell’anno, erano portati in processione da  sacerdoti danzanti (o meglio saltellanti) detti Salii; per il resto del tempo erano gelosamenti conservati qui, in un sacello dedicato al dio Marte. Un altro ve ne era poi, dedicato ad Ops, la dea dell’abbondanza. In realtà le fonti ricordano varie dimore per i successivi re, e anche il rex sacrorum, che ereditò le prerogative religiose del monarca nel periodo repubblicano, non risiedeva stabilmente qui, ma si recava in questo sacro edificio solo per officiare importanti ed antichi riti. Qui venivano poi conservati gli Annali (le cronache annuali) della città e il calendario.


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  • Era la tribuna dalla quale gli oratori arringavano la folla e sulla quale erano affisse le più antiche leggi che la città si era data (le Dodici Tavole) e il foedus Cassianum, l’armistizio siglato con i Latini nel 495 a.C., primo passo della grande espansione di Roma. Prende il suo nome dai rostri, elementi metallici dotati di robuste punte che si applicavano sulle navi durante le battaglie navali per speronare e far colare a picco i vascelli nemici. I Romani, che non avevano grande dimestichezza con il mare, furono così orgogliosi della loro prima vittoria conseguita per mare, che presero i rostri delle navi nemiche e li misero in bella mostra qui, nel luogo più in vista del Foro. Era la battaglia di Anzio del 338 a.C. Con il tempo la tribuna subì rifacimenti, fu anche leggermente spostata rispetto alla sua collocazione originaria, e ciò che vediamo oggi risale al periodo imperiale. Sulla tribune erano esposte anche le statue degli ambasciatori romani uccisi nello svolgimento della loro attività diplomatica. Qui vennero esposti i poveri resti di Cicerone, punito così per le sue Filippiche contro Antonio.
    Accanto ai Rostra si trova una piccola costruzione cilindrica in laterizio. Una piccolissima lapide marmorea ci ricorda che quell’ammasso di mattoni è l’Umbilicus Urbis, l’ombelico della Città, l’ombelico del mondo. Nell’antichità ogni civiltà, ogni cultura, aveva identificato un suo proprio ombelico, un centro del mondo. Per i Greci era Delfi, il luogo in cui si erano posate le due aquile che Zeus aveva liberato in due opposti sensi affinché, terminato il giro del mondo, si incontrassero al suo centro. Per gli Incas, dall’altra parte del globo, il centro era presso Cuzco, la capitale del loro impero, per i Romani era proprio qui, in quel cumulo di mattoni. Inizialmente aveva la forma di un pozzo, poiché tale punto non coincideva solo con il centro del mondo geograficamente inteso, esso era anche il punto di intersezione delle tre sfere del Cosmo: il mondo celeste degli dèi superi, quello terrestre abitato dagli uomini, e quello infero, con le sue divinità ed i suoi mostri. Per questo il pozzo era precauzionalmente chiuso da una pietra che, tre giorni all’anno, veniva però rimossa, in una sorta di Halloween romano. In tali giorni si credeva infatti che gli spiriti dei morti tornassero sulla terra. E’ per tale ragione che, durante l’apertura del Mundus (il mondo, questo era il più antico nome dell’ombelico) i Romani si astenevano dai viaggi in mare e dalle battaglie, per paura che qualche fantasma potesse afferrarne più facilmente l’anima per condurla con sé nell’Ade.


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  • Il Tabularium costituiva l’Archivio di Stato, letteralmente il suo nome indica infatti il luogo in cui sono conservate le tabulae, le leggi emanate dalla città. L’edificio in blocchi di tufo e peperino si estende per 73,60 m addossato al colle Capitolino. L’ingresso era sul lato del Foro, e fu poi chiuso dalla costruzione del tempio dedicato a Vespasiano e Tito. Si conserva ancora la scala che dava accesso al piano superiore. L’edificio aveva un alto podio sovrastato da una teoria di arcate con semicolonne doriche e un fregio dorico, conservato solo in parte, con metope e triglifi. Al piano superiore, effettiva sede dell’archivio, si ipotizza la presenza di un secondo piano con porticato decorato da colonne corinzie (i cui resti sono conservati nell’area archeologica sottostante). L’edificio fu realizzato da Q. Lutezio Catulo nel 78 a.C. Nell’angolo SW l’edificio mostra una rientranza, si rese necessaria per preservare il tempio del dio Vedove risalente al 192 a.C. L’edificio, come spesso avviene a Roma, si è in parte conservato grazie alla sua trasformazione in Palazzo Senatorio, dal XII secolo sede del comune cittadino ricevette le sue attuali fattezze con il progetto michelangiolesco del XVI secolo.


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  • L’edificio sacro, ben conservato per il suo esser stato trasformato nella chiesa di S. Lorenzo in Miranda, fu dedicato dall’imperatore Antonino Pio alla memoria della moglie Faustina nel 141 d.C. Quando vent’anni dopo la seguì, il senato aggiunse il suo nome alla dedica. Questo tempio permette di apprezzare la sostanziale differenza tra i templi greci e quelli romani. I templi greci hanno in genere gradinate di accesso su ogni lato, i romani invece sorgono su un alto podio che permette l’accesso all’edificio solo con una gradinata frontale. Sui gradini si trova poi l’altare, esternamente quindi all’edificio. Questo perché i riti romani si svolgevano all’esterno. Solo una volta all’anno, in occasione del dies natalis, ovvero del giorno che ricordava l’inaugurazione del luogo di culto, esso era aperto, e si svolgeva il rito dedicato alla divinità titolare del tempio. A differenza delle moderne parrocchie i templi antichi non avevano dei sacerdoti addetti al servizio quotidiano. I pontefici che si occupavano di officiare i riti romani si spostavano di volta in volta nei vari luoghi di culto in cui si rendeva necessaria la loro presenza (appunto in occasione dei vari anniversari), per il resto rimaneva ad occuparsi della gestione dell’edificio un sagrestano, aedituus. Generalmente si legge sulle guide che i segni che ancora si vedono al sommo delle grandi colonne di cipollino che ornano la fronte del tempio risalgono a un mal riuscito tentativo di spoglio dell’edificio. Esse sarebbero i solchi lasciati dallo sfregamento delle corde lì poste da predatori che volevano recuperare i marmi dell’edificio per riutilizzarlo chissà dove. Tuttavia, se così fosse stato, i segni dello sfregamento sarebbero stati necessariamente più profondi sulla fronte delle colonne, rispetto al retro, mentre così, effettivamente, non è. L'ipotesi è dunque che quei solchi siano dovuti ad elementi di sostegno di una copertura, realizzata evidentemente a ridosso del colonnato del tempio quando ormai l’edificio era caduto in disuso.


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  • Il vicus Tuscus, la strada etrusca, separa la Basilica Iulia dal Tempio dei Castori. Due fratelli gemelli, i corrispettivi romani dei Dioscuri greci. In effetti il nome Castori è la pluralizzazione di uno dei due fratelli ellenici, che si chiamavano Castore e Polluce. Ecco un ottimo esempio di come, anche quando effettivamente si trovino a prendere qualcosa dalla Grecia, i Romani sappiano comunque rielaborarla organicamente. Il termine Dioscuri significa letteralmente “i figli di Zeus”. Ora, a Roma Giove non aveva in realtà figli, quindi, anche prendendo dall’Egeo i due gemelli, a Roma il loro nome viene mutato. Si sceglie di allargare ad entrambi quello di Castore. Questo perché i due fratelli hanno due specializzazioni diverse: Castore è un cavaliere, Polluce un pugilatore. Ai Romani le gare ginniche non interessano un gran che, i cavalieri invece erano un’affermata classe sociale, furono loro ad elevare Castore a dio della Repubblica ed a mettere in ombra il gemello boxer. Fatto sta che a Roma, si trattasse di edili che avevano edificato un tempio, o di dèi, il nome del secondo era destinato sempre a perdersi nell’oblio dei secoli.
    Il tempio fu dedicato ai Castori poiché si racconta che furono loro a soccorrere i Romani durante una battaglia dall’esito assai incerto. Siamo agli albori della Repubblica, nel 499 a.C. Tarquinio il Superbo è stato cacciato dalla città, ma non avendo gradito la propria detronizzazione ha iniziato a brigare con tutte le città latine prossime a Roma, quelle che iniziano a temerne l’espansione, e le ha convinte ad unire le forze contro di essa, per poter così riprendere con la forza il potere. Lo scontro decisivo si svolge presso il Lago Regillo. I Romani stanno per avere la peggio, quand’ecco apparire due baldi giovani su veloci destrieri, che incitano l’esercito e mettono in fuga i nemici. Finito lo scontro dei due non si trova però alcuna traccia. Negli stessi istanti essi appariranno miracolosamente a Roma, presso la Fonte di Giuturna, che si trova ancora oggi alle spalle del tempio. Lì abbeverano i propri cavalli ed annunciano alla popolazione la vittoria. Identificati in seguito per il loro coraggio e la loro straordinaria bellezza con i due gemelli divini, i Castori riceveranno dunque il grande tempio, del quale oggi si possono ammirare solo le tre colonne di epoca tiberiana. L’edificio divenne con il tempo sede dell’ufficio dei pesi e delle misure, che in un Foro non poteva certo mancare.
    Quando il Foro nel Medioevo tornò la zona acquitrinosa e malsana di un tempo, un terribile drago trovò rifugio sotto la gradinata di accesso al tempio (le leggende che parlano di draghi capaci di uccidere con il solo fetore delle loro fauci i poveri viandanti celano spesso il ricordo di mefitiche acque palustri). Fu papa Silvestro che riuscì a imprigionarlo con un sottile filo di cotone e tante preghiere a Dio. In ricordo di questa impresa fu edificata la chiesetta di S. Maria Liberatrice.


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  • Dedicato nel 367 a.C. da Furio Camillo, colui che conquistò l’acerrima nemica di Roma, Veio. Con tale tempio egli volle celebrare la pacificazione tra patrizi e plebei, che ormai da oltre 150 anni dilaniava la vita politica della città. Proprio in quell’anno infatti, finalmente, i plebei videro riconosciuta la parificazione dei loro diritti politici a quelli dei patrizi. Dopo anni di estenuanti scontri si era finalmente raggiunta a Roma l’Égalité. Ma sembra che non furono solo le secessioni (come quella famosissima dell’eloquente Menenio Agrippa), le battaglie politiche e la tenacia plebea a garantire tale risultato. Il tutto sarebbe stato, principalmente, frutto di una gelosia tra sorelle. Sembra infatti che le due figlie di M. Fabio Ambusto andarono in spose una ad un patrizio, l’altra ad un plebeo. Quest’ultima ebbe presto a che ridire con il padre, poiché il cognato poteva aspirare ad una carriera politica che suo marito, in quanto plebeo, aveva preclusa in partenza. Per mantenere la pace in famiglia dunque Ambusto, con il genero G. Licinio Stolone e l'aiuto di Lucio Sestio, avrebbe proposto la legge che portò alla parificazione degli ordini. Nel 121 a.C. il tempio venne riedificato dopo la fine delle rivolte graccane, in tale frangente la Concordia ritrovata divenne un vuoto nome per celebrare in realtà la vittoria dell’aristocrazia conservatrice sulla democrazia. In tale riedificazione del 121 a.C. sarebbe stato introdotto per la prima volta l’uso del travertino in un monumento pubblico della città. Nel tempio si riunì spesso il senato e Cicerone fece risuonare tra le sue colonne la sua quarta Catilinaria. Vi si riunivano anche i Fratres Arvales. Tiberio volle che esso divenisse un vero e proprio museo. Nel Medioevo anche quest’edificio iniziò il suo declino, vi fu realizzata una torre, una cordonata e una strada (rimossa solo negli anni Ottanta del secolo scorso); il progressivo interro fece poi il resto.


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  • L’ammasso di laterizi che si vede oggi è in realtà ciò che resta del basamento del grande tempio, del quale possiamo ormai solo immaginare la possenza. Nel muro che ancora si conserva è ricavata un’esedra, con all’interno una struttura circolare sempre in mattoni. Non è infrequente, specie intorno al 15 marzo, trovarvi mazzi di fiori freschi. I Romani rendono ancora onore al loro più celebre generale. Proprio in questo punto, dove ora sorge tale altare, il corpo di Cesare fu cremato. In realtà l’uso romano vietava di bruciare cadaveri all’interno del pomerio, il confine sacro della città, per questo la pira che doveva accogliere il corpo del dittatore era stata preparata, come di consueto, nel Campo Marzio. L’emozione suscitata però dalla visione del cadavere di Cesare martoriato dalle ventitré coltellate e la lettura da parte di Antonio del suo testamento, ed in particolare della parte in cui Cesare aveva predisposto un lascito a ciascun cittadino romano (trecento sesterzi a testa!), provocarono una tale commozione che il corpo fu preso di forza e cremato con un improvvisato rogo, nel quale i soldati gettarono le loro armi, le matrone i loro gioielli e le vesti dei figli. In quel luogo fu poi eretto l’altare che ancora oggi si vede, ed alle sue spalle il grande tempio ormai scomparso, del quale si distingue oggi il solo basamento in cementizio. Ben presto in cielo apparve una stella. Essa fu interpretata come segno dell’avvenuta trasformazione in dio di Cesare. Era la prima volta che si riconosceva un’origine divina ad un cittadino romano. Iniziava così il principato.


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  • Questo tempio è molto antico (e sembra che prima della sua edificazione fosse stato preceduto da un semplice altare). Risale, nella sua struttura originaria, al 498 a.C. (i resti che si vedono risalgono invece al IV secolo d.C., quando il tempio fu ricostruito, come ricorda l’iscrizione sull’architrave, a seguito di un incendio, sembra che proprio per celebrare l’evento Macrobio abbia scritto i suoi Saturnalia). Solo undici anni separano dunque la sua costruzione dalla dedica del grande tempio di Giove sul Campidoglio che, con la sua inaugurazione, segnò il passaggio dall’era monarchica a quella repubblicana. E non è un caso che Giove sia alloggiato sulla cima del colle, e Saturno ai suoi piedi. Giove è sulla cima, Saturno alle pendici. Per un Romano questa collocazione topografica dei due templi corrisponde alla definizione di celeste e tellurico che avrebbe dato un greco. Giove è un dio del cielo luminoso, quindi deve risiedere sull’alto di una cima. Saturno è un dio legato alla terra, alla fertilità, quindi deve avere un luogo di culto ubicato in basso. A lato della grande scalinata che vi sareste trovati di fronte guardando il tempio, si trovava una struttura che ospitava gli archivi pubblici e le insegne militari; aveva inoltre sede qui l’Erario dello Stato (recenti studi propongono di identificare tali strutture con dei resti più prossimi al Tabularium). Nel tempio era conservata la bilancia utilizzata per pesare il metallo destinato al conio. Non è strano che il deposito dei beni del popolo romano si trovasse nel tempio di un dio legato alla fertilità. Pensate che il termine pecunia, la ricchezza, viene da pecus, la pecora, perché per un popolo di pastori ed agricoltori quello era il bene sommo, prima dell’avvento del denaro. Proprio riguardo ai soldi, un’altra curiosità: guardando verso il colle Capitolino, verso destra, oltre la Chiesa dei SS. Luca e Martina (sotto cui si trova il Tullianum, il carcere nel quale fu strangolato Vercingetorige e in cui furono eseguite le condanne a morte dei catilinari), avreste visto svettare il tempio di Giunone Moneta, la Giunone che ammonisce, nei cui pressi si trovava la zecca, che ne fu influenzata a tal punto che gli oggetti da essa prodotti iniziarono ad essere chiamati “monete”. Torniamo a Saturno. Il giorno in cui fu inaugurato il tempio, e nel quale poi ogni anno si celebrò la festa in onore del dio, cadeva il 17 dicembre. La festa prese il nome di Saturnalia, ed era davvero molto particolare. Era uno dei capodanni romani, che non una sola volta, ma diverse nel corso di un anno celebravano riti volti a ricreare una situazione di disordine da cui poi doveva ricominciare, rigenerato, il normale fluire del tempo. Per noi tale festa sarebbe più prossima al carnevale, il ribaltamento dell’ordine. Ad esempio, durante i Saturnali romani gli schiavi venivano serviti dai propri padroni. In tale occasione la statua del dio, che portava ai piedi delle catene, era liberata, ed il caos poteva regnare, ma solo per un giorno. Nell’area che si trova di fronte al tempio, si diceva fosse stato sepolto Oreste, l’eroe greco dell’Orestea, che dopo aver ucciso il padre Agamennone e la madre Clitemnestra, iniziò una lunga peregrinazione che lo portò a morire nell’antico Lazio.


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  • Il tempio celebra Vespasiano e Tito divinizzati. L’uso di divinizzare gli imperatori morti inizia con Cesare, e sarà una costante dell’Impero. Essi assurgevano allo status di divinità solo post mortem, è per questo che il buon Vespasiano, presentato dalle fonti come un uomo un po’ rozzo, ma di grande ironia, quando sentì che la sua ora era vicina, sembra che disse: “Mi sa che sto per diventare un dio!”. Ed effettivamente lo divenne. Le tre colonne ancora oggi visibili sono lì a ricordarcelo. Fortuna vuole che un pellegrino cristiano, in visita alla città di Pietro nell’VIII secolo, ammirato da tutto ciò che vedeva intorno a sé, annotò per filo e per segno ciò che vedeva e, giunto davanti alle rovine di questo tempio, all’epoca assai meglio conservato, ricopiò l’iscrizione che decorava la sua architrave. Oggi ne rimane solo qualche lettera, il confronto con il testo completo non lascia però dubbi, i creatori del grande anfiteatro Flavio erano qui onorati come dèi. Accanto al tempio si trova il Portico degli dèi Consenti. Sono gli dèi benevoli riuniti a consesso. Erano sei dèi e sei dee. Il loro culto fu introdotto come una sorta di massimo spiegamento di forze contro l’avanzata di Annibale.


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  • Accanto al tempio dei Castori si erge il tempio di Vesta. Che però non è un tempio. Un templum, tempio, è propriamente uno spazio sacralmente orientato secondo i punti cardinali. Quindi un edificio a pianta circolare, per definizione, non può esserlo. Cos’è allora questo bellissimo edificio? Una cella, ovvero la casa della divinità. In genere la cella si trova all’interno di un tempio, è la sua parte più interna, quella nella quale viene alloggiata la statua di culto. Questo era l’edificio in cui le Vestali, unico corpo sacerdotale femminile di Roma, custodivano il fuoco sacro della città. Il compito era di estrema importanza, il sacro fuoco infatti non doveva mai essere spento. Annualmente, quando si procedeva alla pulizia dell’edificio, il fuoco vecchio era usato per dar vita ad un nuovo tizzone, e in seguito a ciò sacralmente spento. Solo allora le ceneri accumulate nel tempio venivano raccolte e gettate nel Tevere. L’importanza di tale perpetuità del fuoco era tale che la punizione per la vestale che l’avesse fatto spegnere era terribile. La poveretta veniva presa e portata presso la Porta Collina, sul Quirinale, nel cosiddetto Campo Scellerato. Qui, all’interno del terrapieno che circondava la città anticamente, era stata ricavata una piccola stanzetta. La sacerdotessa vi era fatta entrare, le veniva dato del pane, dell’acqua ed una candela, e poi veniva murata viva. La stessa sorte toccava alla poveretta se fosse venuta meno (non importava se volutamente o in seguito a costrizione), al suo voto di castità. In tal caso però anche l’amante della sacerdotessa faceva una brutta fine, veniva infatti fustigato a morte nel Comizio. In realtà, essere una vestale a Roma comportava sì oneri, ma anche onori. Le vestali potevano infatti, uniche donne a Roma, disporre del loro patrimonio economico, potevano girare per la città a bordo di un carro, avevano posti in prima fila per poter ammirare i  gladiatori (le altre donne stavano in piccionaia, su su, al quarto ordine dell’anfiteatro, da dove anche solo distinguere un bicipide era difficile!) Insomma, non se la passavano poi tanto male. La loro carica non durava a vita. Scelte all’età di circa 6 anni dal Pontefice Massimo (il sacerdote romano dal quale il papa ereditò il suo titolo più solenne), dovevano restare in servizio per trent’anni. Nella Roma dei tempi una trentaseienne era già una donna attempata, ma contando nei soldi che aveva accumulato e nel prestigio di cui godeva, restava comunque un buon partito. Coloro che si erano ormai abituate ai privilegi garantiti dal velo, potevano restare al loro posto, ed aspirare al ruolo di Vestale Maxima, una sorta di Madre Badessa. Nel tempio si conservavano anche alcuni oggetti di inestimabile valore, i cosiddetti pignora imperi, alcuni dei tanti pegni lasciati dagli dèi a garanzia della futura potenza della città. Tra essi il più importante era il Palladio, una statua lignea raffigurante Minerva, che Enea aveva sottratto da Troia in fiamme.


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Il Progetto

Benvenuti su Progetto Traiano

Progetto Traiano nasce qualche anno fa dalla collaborazione tra ingegneri e archeologi e si propone di utilizzare le moderne tecniche 3D per dare corpo a rilievi ed osservazioni di tipo ingegneristico-archeologico riguardo allo studio dei monumenti di Roma antica. In questa fase si è voluta concentrare l' attenzione sul proporre ricostruzioni che siano fedeli dal punto di vista dei volumi di costruzione, delle dimensioni degli alzati, della fattibilità dal punto di vista ingegneristico - strutturale, ed in questo senso sono stati di volta in volta elaborati e corretti i modelli qui presentati; non vi è, allo stato attuale, la pretesa di attendibilità dal punto di vista estetico, e dunque i colori e le finiture sono da intendersi come finalizzate all' aspetto evocativo. Nel sito non trovano posto tutti i modelli, i filmati e le animazioni, che pure sono la vera finalità di questo progetto. Le ricostruzioni nascono da un' attenta analisi: sono stati uitlizzati in maniera critica i rilievi delle varie Sovrintendenze, fotografie, pubblicazioni, e quanto di volta in volta si è riusciti a reperire, analizzando il tutto alla luce di ricognizioni sul campo. Per l' aspetto volumetrico si è preso spunto dai plastici presenti al Museo della Civiltà Romana di Roma, analizzandoli e reinterpretandoli alla luce di nuove scoperte.
Le ricostruzioni, le animazioni, i filmati, sono stati realizzati utilizzando esclusivamente software OpenSource (Linux, Blender, Yafray, Gimp).
Tutti i testi di Progetto Traiano sono a cura della Dott.ssa Flavia Calisti, e fanno parte di un più ampio progetto divulgativo atto a valorizzare il patrimonio archeologico di età classica usando risorse multimediali e un nuovo approccio, meno formale e più vicino alla comunicazione moderna.
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